Questa fotografia, ambientata in una strada di Parma, è un ritratto di quel periodo buio che abbiamo attraversato, ispirata dalla pandemia e dal clima di paura e isolamento che ha pervaso ogni angolo della nostra vita. Il murales dietro di me, raffigurante un topo con lo sguardo vuoto, simboleggia la percezione che avevo delle persone in quei mesi. Era come se fossimo tutti diventati estranei, quasi inumani, con maschere invisibili che coprivano non solo il viso, ma anche l’anima. Ho scelto di indossare una maschera antigas e un cappello, non solo come protezione ma come espressione della distanza e dell’oscurità che sembravano avvolgere chiunque incontrassi.
La paura dell’ignoto, della malattia, di ciò che non comprendiamo, ha plasmato il nostro comportamento e le nostre relazioni. Ci guardavamo con sospetto, come se ogni incontro fosse una minaccia. In quei giorni di confinamento e incertezza, la fiducia reciproca sembrava dissolversi, sostituita da una paura primordiale, cieca. Era come se ognuno di noi fosse diventato un’ombra di sé stesso, senza una vera identità, mascherata da strati di diffidenza e di precauzione.
Ricordo il senso di inquietudine che cresceva dentro di me, la consapevolezza di quanto fosse fragile la nostra esistenza e di quanto poco conoscessimo il mondo microscopico che, senza che ce ne rendessimo conto, aveva cambiato tutto. Non ci siamo mai sentiti così vulnerabili, e forse è stata proprio questa vulnerabilità a rivelare il lato più spaventoso dell’essere umano: la paura dell’altro, il bisogno di trovare un colpevole o di difendersi da qualcosa che non si vede e non si conosce.
Questa immagine rappresenta quindi un ricordo di quel periodo, un’istantanea della mia percezione del mondo: un luogo dove ogni volto era coperto, ogni sguardo nascosto, ogni incontro carico di tensione e paura. In fondo, ciò che non conosciamo ci fa paura perché ci rende consapevoli dei nostri limiti, del fatto che non possiamo controllare tutto, e che il nostro destino è, in parte, nelle mani di qualcosa di più grande e inaccessibile. E forse è proprio questa consapevolezza che ci rende così umani, vulnerabili e, allo stesso tempo, così testardamente attaccati alla vita.

Giorni di attesa e incertezza
La pandemia di Covid-19 ci ha colpito in modo drastico, e come per molti, anche per me ha segnato un periodo di profonda riflessione. La situazione in cui ci siamo ritrovati, tra restrizioni e attese, non è stata solo un fermo fisico, ma ha attivato in noi un’introspezione a cui difficilmente avremmo dedicato spazio in altri contesti. Oggi, guardo indietro a quei giorni, con una sensazione mista di frustrazione, rabbia, ma anche di gratitudine verso le piccole cose. Con questo articolo, desidero condividere con voi i miei pensieri su quei giorni di chiusura, isolamento e scoperta.
L’isolamento, volente o nolente, ci è stato imposto. Come tanti italiani, mi sono sentito confuso e spesso disilluso dall’assenza di chiarezza. Ogni sera, il governo ci aggiornava con lunghi e spesso vuoti discorsi in diretta, attraverso DPCM scritti in modo criptico, come se la comunicazione fosse divenuta un enigma da decifrare. Sapevamo che dovevamo stare in casa, ma ci sembrava che dietro quella porta chiusa ci fosse più di un semplice “non uscire”: sembrava quasi che il futuro stesso fosse stato messo in sospeso.
La rete e i social media: conforto o disinformazione?
La rete e i social sono diventati il nostro unico ponte verso l’esterno. Ma quell’informazione costante e continua ha presto rivelato i suoi limiti. La disinformazione si propagava a ritmo incessante, tra chi gridava “Andrà tutto bene” e chi, invece, si sentiva sopraffatto da una sorta di pessimismo sociale. È stato difficile non lasciarsi travolgere dalla frenesia dei post e dalle tensioni politiche, amplificate all’ennesima potenza.
Confesso che ho provato una profonda invidia verso chi, in quel periodo, poteva godersi una “prigionia dorata”, ostentando benessere e serenità mentre per molti di noi la realtà era molto diversa. Anche il mondo della fotografia è stato influenzato, con professionisti che condividevano solo scorci perfetti di una quarantena invidiabile. Eppure, mi sono aggrappato alla mia passione per lo scatto, ritrovando consolazione in ogni foto, e continuando a lavorare anche solo per catturare l’atmosfera del “qui e ora”.

La scoperta della nuova socialità
Inaspettatamente, la pandemia ha riportato in vita il valore della socialità autentica, anche attraverso la tecnologia. Videocall, telefonate di gruppo, messaggi e saluti virtuali sono diventati strumenti per rimanere vicini, e ho scoperto un modo diverso di essere connesso con gli amici e i familiari. Paradossalmente, l’isolamento ha riportato a galla una socialità che non pensavo mi sarebbe mancata così tanto.
Ho riscoperto l’importanza di gesti semplici come un messaggio del mattino o una chiamata serale, e mi sono accorto che non esistono like o cuoricini in grado di sostituire un abbraccio, o una risata condivisa. Questa esperienza mi ha fatto apprezzare un valore che avevo sempre dato per scontato: quello della presenza fisica, della vicinanza reale, di quella che chiamerò “l’amicizia offline”.
Vivere tra frustrazione e scoperta
La convivenza forzata, con mia moglie sempre accanto a me, mi ha rivelato nuove sfumature di noi. I primi giorni sono stati pieni di tensione, ma piano piano abbiamo trovato il nostro ritmo. Vederla alle prese con lo smart working è stato quasi un privilegio: un’opportunità unica per comprendere le sue giornate e rendermi conto di quanto sia impegnativo il suo lavoro, reso ancora più complesso dalla tecnologia non sempre all’altezza delle aspettative.
Per me, che ho sempre trovato conforto nell’osservare il mondo dietro l’obiettivo, la pandemia ha offerto uno scenario diverso: invece di scattare paesaggi o immortalare volti, ho iniziato a osservare la mia realtà quotidiana, trovando ispirazione in quelle piccole scene domestiche che di solito sfuggono.
Un’occasione per rivalutare i social
Con il tempo, mi sono allontanato dai social media, perché la sovrabbondanza di opinioni e di contenuti mi creava una sensazione di claustrofobia mentale. Allontanandomi da quel chiacchiericcio digitale, ho iniziato a guardare alle relazioni in modo diverso e a comprendere meglio il vero valore della socialità.
I filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici parlano della “Società della performance”, un concetto che durante la pandemia ho sentito molto vicino. Questa pausa mi ha fatto riflettere su quanto fossimo immersi in una continua ricerca di riconoscimento, in un’esibizione costante di noi stessi. Ho capito che i social possono essere utili, ma solo se usati con criterio e senza perdere di vista il valore autentico delle relazioni reali.
Conclusioni
In questo articolo non ho voluto affrontare il tema politico né entrare nella discussione su cosa fosse giusto o sbagliato fare. Non ho voluto giudicare, ma so che in quei due anni sono accadute troppe cose sbagliate, che sembrano già dissolte nella nostra memoria collettiva. Ci siamo forse già dimenticati delle divisioni sociali che hanno scavato solchi profondi tra noi. La rabbia tra chi era a favore dei vaccini e chi, in modo consapevole, era contrario alla vaccinazione forzata è stata palpabile, a tratti feroce. Era come se ci fosse un muro, costruito giorno dopo giorno, tra chi si sentiva obbligato e chi lottava per il diritto di scegliere.
In quei mesi, la nostra Costituzione sembrava ridotta a un fragile pezzo di carta, e non una fonte di protezione dei diritti. Le giustificazioni per le restrizioni, riascoltate ora, sembrano solo parole vuote, grandi menzogne usate per giustificare misure di dubbia efficacia. Ma anche in questo, il peggio è stato come tutto si sia poi dissolto, come se il prezzo umano di quelle decisioni non contasse, lasciando dietro di sé solo un silenzio imbarazzato, come un segreto di cui nessuno vuole parlare.
Quel periodo non ci ha resi migliori; al contrario, ha inasprito le divisioni già presenti nella società. Ha messo in evidenza quanto sia fragile la nostra unità e quanto facilmente ci lasciamo dividere, persino di fronte a una sfida comune. Ora che abbiamo superato quel periodo, ci portiamo dietro una ferita che sembra sempre pronta a riaprirsi alla minima occasione.
Sono riflessioni amare, e scriverle non è stato facile. Ma credo sia necessario, per evitare di ripetere gli stessi errori, non lasciare che quel tempo scivoli via come un brutto sogno che vogliamo solo dimenticare.
In conclusione, ho voluto aggiungere anche un tocco di tecnologia al mio racconto. Oltre alla fotografia originale, ho inserito un’immagine generata con Adobe Firefly, un’innovazione basata sull’intelligenza artificiale generativa. Questa nuova immagine riprende lo spirito dell’originale, reinterpretando il senso di inquietudine e anonimato che ho vissuto durante la pandemia. Attraverso l’uso dell’AI, sono riuscito a ottenere un’immagine che riflette lo stesso simbolismo e l’atmosfera oscura, quasi surreale, dell’originale. È una fusione tra arte e tecnologia, un esperimento visivo che amplifica il mio messaggio iniziale: il timore per ciò che è sconosciuto, il volto coperto, e quel muro alle spalle, testimone muto di un periodo di paura e solitudine.
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