Ricordo quella sera come fosse ieri. Era ottobre, e la pioggia batteva incessante sui vetri del mio piccolo studio, ricavato nel solaio di casa. Non ho mai amato le quattro mura di uno spazio chiuso per fotografare; quello spazio, per lo più, lo utilizzavo come camera oscura. L’idea di mettere qualcuno sotto luci artificiali, di dover controllare ogni ombra e ogni espressione, mi sembrava una violazione della verità che cerco nella fotografia. Ma lui, il mio vecchio amico, aveva insistito.

“Lo so che odi fare ritratti,” mi aveva detto con quel sorriso che conoscevo troppo bene, quello di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico. “Ma non voglio qualcosa di classico. Voglio che catturi me. Non la versione di me che metto in mostra per gli altri, ma quella che neanche io riesco a guardare nello specchio.”

Come potevo dirgli di no? La sua richiesta era carica di una sincerità disarmante. Non potevo scappare, non quella volta.

Nessuna Preparazione

Non ho preparato nulla. Nessuna luce artificiale, nessun set elaborato, nessuna attenzione ai dettagli tecnici. Solo uno sfondo nero improvvisato e la mia macchina fotografica in mano. Era quasi un atto di ribellione verso tutto ciò che un ritratto “tradizionale” dovrebbe essere.

Non gli chiesi di sistemarsi né di guardare in un modo specifico. “Stai come ti viene,” gli dissi. La luce naturale che filtrava appena dalle persiane creava ombre nette, delineando ogni tratto del suo volto. Il piercing al naso rifletteva una luce fredda, mentre il fumo della sigaretta si dissolveva nell’aria, lento e fluido.

Mentre lui si sistemava la giacca di pelle e accendeva l’ennesima sigaretta, io osservavo. Era distratto, immerso nei suoi pensieri. Non aveva ancora assunto quella posa inconsapevole che spesso le persone assumono anche senza volerlo. Fu lì che accadde.

Senza preavviso, alzai la macchina fotografica e scattai. Solo uno scatto, in quel preciso momento. Nessuna prova, nessuna replica. Avevo già capito che quello era tutto ciò di cui avevo bisogno.

Il risultato non era ciò che ci si aspetta da un ritratto tradizionale. Non c’erano sorrisi accattivanti né occhi che cercavano di conquistare lo spettatore. Era un’immagine cruda. Lo sguardo diretto, ma non aggressivo, quasi rassegnato, come se stesse affrontando qualcosa di invisibile.

Perché Detesto i Ritratti

Fare ritratti mi mette a disagio. È un confronto ravvicinato con l’altro, ma anche con me stesso. Non si tratta solo di immortalare un volto, ma di trovare qualcosa che parli di chi è quella persona, o almeno di ciò che vogliamo che sembri. E questa è la parte che mi disturba: l’inevitabile costruzione.

Io preferisco l’imprevisto. Una fotografia scattata in un bar affollato, qualcuno che si gira a metà frase, una luce che colpisce per caso: questi sono i momenti in cui sento di avvicinarmi alla verità. Ma in studio, tutto questo sembra sparire, lasciando spazio a un silenzio pesante.

L’Attesa della Pellicola

La magia di quella sera, però, non avvenne nello scatto, ma nell’attesa. La mia macchina fotografica non era digitale, ma un vecchio modello a pellicola, un compagno fedele che mi seguiva ovunque. Questo significava che non potevo vedere subito il risultato. Niente monitor, niente correzioni immediate. Solo incertezza.

E l’attesa è una strana compagna per un fotografo. Ti costringe a convivere con il dubbio, a mettere in pausa il giudizio, a fidarti del tuo istinto. Per giorni non pensai quasi a quello scatto, preso da altre cose, ma in fondo alla mente rimaneva una domanda: Che cosa avrò catturato?

Quando finalmente sviluppai il rullino, l’ansia si trasformò in una sorta di sollievo. La fotografia catturava tutto: il suo sguardo diretto ma disarmato, il modo in cui lo spinello spento era ancora incastrato tra le labbra, un dettaglio quasi trascurabile eppure così significativo. Il piercing al naso rifletteva una luce appena accennata nella penombra, mentre ogni tratto del suo volto emergeva in tutta la sua crudezza. Era tutto lì, naturale e privo di artifici. Nessuna costruzione, nessuna posa. Sembrava un frammento rubato a un momento che non avrebbe mai dovuto esistere.

Un Ritratto Che Ha Cambiato Qualcosa

Quando gli mostrai la stampa, non ci fu bisogno di molte parole. Rimase in silenzio, guardandola attentamente. Dopo qualche secondo sorrise, appena, e fece un piccolo cenno di approvazione. “Era questo che volevo,” disse quasi sottovoce.

Non era solo un ritratto di lui. Era qualcosa di più. Una sorta di traduzione visiva: non tanto del suo volto, quanto di quel preciso momento.

L’Insegnamento dell’Attesa

In quel ritratto c’era più di quanto mi aspettassi. Rifletteva lui, ma anche me. La mia ossessione per la spontaneità, il fastidio per il controllo, il mio bisogno costante di autenticità. Era tutto condensato in quell’immagine, nata da pochi secondi e da una lunga attesa per scoprirne il risultato.

L’attesa mi aveva costretto a riconsiderare ciò che avevo fatto, a lasciar sedimentare le emozioni, a prepararmi all’idea che quello scatto potesse non essere nulla di speciale. Invece, quando finalmente lo vidi, capii che c’era qualcosa di potente in quel momento catturato. Non era solo una fotografia; era un frammento di verità.

Non ho mai più fatto un ritratto in studio dopo quella sera. Non perché quell’esperienza fosse negativa, ma perché mi ha spinto a guardare la fotografia in modo diverso. Mi ha ricordato che, anche nei contesti che meno amo, c’è spazio per qualcosa di autentico, a patto di non cercare di forzarlo.

Forse, la vera lezione è che la fotografia non è mai solo ciò che vediamo. È anche ciò che ricordiamo, ciò che sentiamo mentre aspettiamo che il tempo faccia il suo corso. Ancora oggi preferisco scattare per strada, nel caos della quotidianità, o nei silenzi di un paesaggio. Ma quella foto, scattata in pochi istanti e scoperta giorni dopo, mi ha ricordato il motivo per cui fotografo: non per documentare ciò che vedo, ma per provare a capire cosa significhi davvero guardare.

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7 risposte a “Il Ritratto Non Voluto: Una Storia di Fotografia e Contraddizioni”

  1. Avatar monicabianchicarlotta
    monicabianchicarlotta

    Ho appena finito di leggere il tuo articolo e devo dire che mi ha davvero colpito. La tua capacità di descrivere non solo il processo fotografico, ma anche il legame profondo che hai con ogni scatto, è impressionante. Mi ha fatto riflettere su quanto spesso ci perdiamo nella perfezione dei dettagli e quanto la vera essenza di un momento sia spesso nel caos e nella spontaneità. Amo l’idea che una foto possa catturare qualcosa di più della semplice immagine: un’emozione, una storia non raccontata. La tua esperienza con il ritratto del tuo amico è un bellissimo esempio di come anche in un contesto che non ci piace, possiamo trovare autenticità. Grazie per aver condiviso questa riflessione.

    1. Mi fa piacere che l’articolo ti abbia colpito così tanto. In effetti, credo che troppo spesso siamo concentrati sull’idea di perfezione, ma è nei momenti più naturali, più “imperfetti”, che si nasconde la vera bellezza. La fotografia per me è proprio questo: riuscire a cogliere un frammento autentico di realtà, senza forzarlo. La spontaneità, anche nelle situazioni che inizialmente potrebbero sembrarci lontane dal nostro stile, ha sempre qualcosa da insegnarci. Grazie per aver condiviso il tuo pensiero, è stato un piacere leggere il tuo commento.

  2. Ho letto con interesse il tuo articolo, e devo ammettere che la tua visione sulla fotografia è davvero affascinante, ma ci sono alcune cose su cui mi sento di fare una riflessione. Capisco perfettamente il tuo disprezzo per i ritratti in studio e la tua ricerca dell’autenticità, ma credo che ci sia una sottile linea tra spontaneità e trascuratezza tecnica. Quando si parla di fotografia, l’idea di “autenticità” non deve necessariamente andare a scapito della composizione o della luce. Certo, i momenti più veri possono arrivare anche in situazioni più casuali, ma un ritratto ben studiato può raccontare altrettanto una verità, forse più complessa. La sfida sta nel trovare un equilibrio tra il controllo e il lasciarsi andare al caso. Non sono convinto che evitare del tutto la preparazione renda il risultato sempre più autentico. La fotografia, come tutte le forme d’arte, ha bisogno di un certo livello di consapevolezza e tecnica per veramente esprimere quello che desideriamo comunicare. Detto ciò, la tua riflessione sull’attesa e sul fatto che l’immagine ci parli dopo un po’ di tempo, è un aspetto davvero interessante e che condivido appieno. Il lavoro che hai fatto sul tuo amico è indubbiamente un buon esempio di come un momento possa essere colto nel suo nucleo più puro, ma non dimentichiamo che anche la tecnica è parte di quella verità che cerchiamo di esprimere.

    1. Apprezzo il fatto che tu abbia portato alla luce un aspetto fondamentale del dibattito sulla fotografia: l’equilibrio tra spontaneità e tecnica. Hai ragione, la composizione e la luce sono aspetti cruciali che non vanno mai sottovalutati, e sono convinto che ogni fotografia, per quanto naturale, richieda un minimo di consapevolezza del mezzo.

      Il mio approccio, però, è sempre stato quello di cercare di “liberarmi” dal peso della tecnica in alcune situazioni. Non è una critica alla fotografia studiata, ma più una riflessione sul fatto che, a volte, l’autenticità emerga proprio quando smettiamo di forzare il controllo. Non credo che evitare del tutto la preparazione renda automaticamente il risultato più autentico, ma piuttosto che ci aiuti a cogliere momenti che rischiano di sfuggire se ci concentrassimo troppo sul “come” fare la foto invece di “cosa” stiamo cercando di raccontare.

      Detto ciò, sono d’accordo con te sul fatto che la fotografia, come ogni forma d’arte, deve trovare un equilibrio. Ogni scatto ha bisogno di una visione, e a volte quella visione si realizza meglio con una pianificazione, altre volte, invece, è nei momenti di disordine che la bellezza emerge. La tua osservazione sulla tecnica è utile e stimolante, e mi fa riflettere su come posso continuare a esplorare e affinare il mio approccio alla fotografia. Grazie ancora per il tuo spunto, è sempre interessante confrontarsi su queste cose!

  3. Molto affascinate il tuo approccio alla fotografia e come tutte le arti nasconde un mondo di significati densi e emozionali. Grazie per la tua condivisione. Low

    1. Per me, la fotografia è questo: ogni scatto è un racconto, e il principale narratore è chi ha creato l’immagine. Quando premo il pulsante di scatto, non sto semplicemente catturando una scena, ma sto dando forma a una storia, a un momento che per me ha un significato preciso.
      Dopo, però, ogni mia immagine prende la sua strada. Magari finisce a prendere polvere su uno scaffale, resta dimenticata in un archivio digitale, o magari se sono fortunato viene condivisa e guardata da altri.
      Ogni persona che guarda può trovarci il proprio significato, la propria emozione, la propria interpretazione. La bellezza della fotografia sta proprio in questo: una stessa immagine può raccontare infinite storie, senza mai perdere la sua origine. Ma il primo e più autentico racconto è sempre quello di chi ha scattato. Grazie ancora per il commento.

      1. Ho provato le stesse sensazioni ed emozioni quando ho terminato il mio libro: i personaggi hanno continuato a vivere…anche senza di me, ma sono io che li ho creati.
        Grazie a te per la condivisione!

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