Porto sempre la macchina fotografica con me senza sapere se scatterò o meno. Succede spesso quando cammino per la città, senza un’idea precisa in testa. Mi muovo così, lasciando che qualcosa mi colpisca, se succede oppure no poco m’importa. Quella volta ero a Parma. Il cielo cambiava luce in continuazione per effetto di tutto quel particolato che scaricano incessantemente nel cielo e ti rende impossibile effettuare un buon bilanciamento del bianco. Le strade del centro sembravano rallentate, a volte luce bianca intensa quasi lattea e a volte grigio scuro poi grigio chiaro come in una macabra danza chimica, comunque il grigio scuro si addice molto ai vicoli morenti di dove stavo camminando, mi trovavo in quello che i parmigiani con un velato disprezzo chiamano oltre torrente, in questa zona è come se la città avesse abbassato il volume.
Camminavo senza meta, solo per il gusto di guardare. Poi ho visto lei.
Non era in posa, non si accorgeva nemmeno della mia presenza. Forse era seduta, o forse camminava non curante come se tutto non avesse importanza – non ricordo con esattezza per via della mia inesorabile malattia che mi fa perdere pezzi di memoria. Ma in quel preciso istante ho visto il suo volto e mi sono fermato. Non perché fosse particolarmente bello, anche se lo era. Ma per l’espressione. Una di quelle che non si costruiscono, che non si spiegano facilmente. Aveva lo sguardo basso, una piega della bocca che diceva qualcosa, anche se non era chiaro cosa.
Non sembrava triste in modo evidente. Piuttosto raccolta, chiusa in un pensiero. Il vento le muoveva appena i capelli. Sembrava una di quelle presenze che ci sono, ma che quasi non si notano. E proprio per questo attirano lo sguardo. Ho scattato senza pensarci troppo. Rapido, istintivo. Senza che lei se ne accorgesse.
Qualcuno potrebbe dire che non si fa. Che è un’invasione. Ma la fotografia di strada funziona così: cogliere senza disturbare. Fermare qualcosa che esiste solo per un attimo. Non c’era nessuna intenzione di esporla o sfruttarla. Solo la voglia di documentare un frammento di realtà che raccontava qualcosa di umano.
A casa ho sviluppato la foto in bianco e nero, anche se il negativo era a colori. L’espressione era tutta lì. Pulita, intensa, senza rumore di fondo. Non c’è molto altro da dire. Non conosco la sua storia, né cosa stesse vivendo. Ho intitolato lo scatto L’Ombra della Città, più per archiviarlo che per cercare un significato.
Ogni tanto, riguardando quello scatto, mi torna in mente quella scena. Certe immagini riescono a comunicare qualcosa anche quando non si riesce a spiegare esattamente cosa. È più una sensazione che un significato preciso. Ma ogni volta che la guardo, mi accorgo che qualcosa manca, come in un racconto sospeso.
Le fotografie su pellicola, una volta digitalizzate, perdono una parte della loro autenticità. Non ho uno scanner professionale, e nemmeno lo voglio comprare quindi in questa digitalizzazione casalinga saltano fuori piccoli pixel e imperfezioni che sulla stampa fotografica non si notano affatto. Difetti che sembrano quasi amplificati, più evidenti di quanto lo siano davvero. Stampata, invece, questa foto cambia. Acquista spessore, silenzio, coerenza. Smette di sembrare un anonimo file e torna a essere una fotografia vera, fatta di materia e tempo.






