Camminiamo accanto ai resti di noi stessi, come se non ci riguardassero.

Non c’è indignazione, solo abitudine. Il mucchio cresce ai bordi della città e della coscienza, una montagna di cartone e plastica che racconta tutto ciò che non serve più. Ogni scatola porta ancora il marchio di un desiderio esaudito, un piccolo sogno consegnato, scartato e dimenticato. La spazzatura non è un incidente, è la nostra biografia materiale.
Camminiamo accanto a essa come si passa davanti a un vecchio muro scrostato: non la vediamo, la includiamo nel panorama. È il nuovo neutro urbano, una presenza tollerata e condivisa.
Il progresso ci ha insegnato a consumare senza pensarci, a gettare senza ricordare, a comprare per colmare il tempo. E il tempo, ormai, si accumula ai piedi dei marciapiedi.
Ogni residuo è una traccia della nostra assenza, una testimonianza del modo in cui ci svuotiamo per riempire scaffali e bidoni.
L’unica forma di ordine rimasta è quella del caos, distribuito in modo uniforme tra le vie.

Ci abituiamo a tutto, anche a noi stessi buttati via.

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