
“Una giovane donna colta in un attimo di pausa, con lo sguardo che va oltre ciò che ha di fronte”.
Ci sono momenti che non hanno la pretesa di diventare ricordi, eppure restano. Spesso accade nei frammenti più ordinari della giornata, quelli che sfuggono a qualsiasi tentativo di controllo. Una pausa, un pensiero che devia, un istante in cui l’attenzione si allenta e lascia emergere ciò che di solito tratteniamo sotto la superficie.
Viviamo in un tempo che pretende efficienza, presenza costante, lucidità senza incrinature. Ma la realtà scivola in tutt’altra direzione. Si manifesta nei respiri lenti, nei microsecondi di esitazione, in quella vulnerabilità che non dichiariamo ma che ci appartiene più di tutto il resto. È proprio quando abbassiamo la guardia che affiora la parte più autentica, quella che non ha bisogno di essere spiegata o difesa.
In questi passaggi minimi, quasi invisibili, riconosciamo la nostra natura intermittente. Oscilliamo tra il bisogno di avanzare e il desiderio di fermarci, tra la ricerca di chiarezza e l’accettazione del dubbio. E forse è proprio lì, in questo movimento irrisolto, che si annida la nostra umanità: non in ciò che mostriamo, ma in ciò che ci sfugge.
Non serve molto per capire che il quotidiano non è mai banale. Basta un attimo di silenzio per accorgersi di quanto siamo esposti, anche quando crediamo di essere protetti dalla routine. La verità, a volte, si posa accanto a noi senza far rumore.





