Un incontro muto tra ciò che siamo e ciò che temiamo di apparire.
Un attimo sospeso in cui la realtà si misura con la sua ombra.

C’è un momento, spesso improvviso, in cui la nostra presenza inciampa in una versione inattesa di noi stessi. Non è un riflesso, non è memoria: è un’eco che ci osserva senza parlare, pretendendo una spiegazione che non abbiamo.
In questo frammento di realtà, l’umano si ritrova a fare i conti con la discrepanza tra il passo che avanza e il pensiero che resta indietro. Le apparenze, così tranquille nel loro ruolo di maschere quotidiane, si incrinano appena qualcuno o qualcosa le fissa troppo a lungo.
La scena diventa un piccolo tribunale del vivere: da una parte il gesto naturale del procedere, dall’altra la domanda silenziosa di ciò che non si muove ma pesa. È un promemoria che nessuno sfugge alla propria doppiezza, quella fatta di coraggio e esitazione, di pragmatismo e inquietudine.
Forse è proprio in questi incroci casuali che si rivela la nostra vulnerabilità più onesta. Non servono parole per capirlo. Basta il confronto tra un volto che cerca il mondo e uno che sembra volerlo evitare.
Il tempo, intanto, non si ferma. Registra tutto, senza giudicare, come se sapesse che prima o poi ciascuno dovrà rispondere alla propria immagine interiore.
Ogni passo ci avvicina o ci allontana da ciò che non vogliamo ammettere.





