La notte ha il potere di ridurre tutto all’essenziale: qualche muro che resiste, tracce lasciate da mani sconosciute, passi che non appartengono a nessuno in particolare. In questo frammento di realtà c’è un ritmo lento, quasi svogliato, come se il mondo avesse deciso di rallentare giusto il tempo necessario per ricordare che esistiamo davvero.
La figura in movimento diventa un pensiero fugace, una comparsa che non chiede attenzione e non desidera riconoscimento. È un passaggio silenzioso, uno di quelli che si consumano migliaia di volte nelle città senza lasciare un segno tangibile. Eppure, qualcosa rimane: la sensazione che ogni routine sia una forma di resistenza, un modo per affermare ancora una presenza nel caos ordinario.
La parete segnata, il vuoto circostante, la luce che non illumina ma denuncia: tutto parla di una città che sopravvive a se stessa, portando addosso le ferite di chi l’ha attraversata prima. L’essere umano, intanto, procede assorto, come se il mondo attorno fosse soltanto un contorno secondario.

C’è un paradosso evidente: camminiamo circondati da presenze, ma ci percepiamo soli; cerchiamo connessioni, ma spesso ci rifugiamo in un piccolo schermo che ci distrae dal resto. E così diventiamo ombre in movimento, figure che si sfiorano senza davvero incontrarsi.
In questo frammento la verità è semplice: il tempo non si ferma per nessuno, ma ogni tanto ci osserva passare.





