Un uomo cerca risposte che il giornale non gli darà. La realtà stringe più delle parole stampate

Ci sono momenti in cui la pagina aperta diventa una scusa, un riparo sottile tra noi e ciò che ci inquieta. La carta è solo un velo, ma lo trattiamo come fosse uno scudo. Le notizie scorrono, si accumulano, si ripetono; cambiano i titoli, non il fondo amaro che ci restituiscono. Eppure continuiamo a cercare un appiglio, come se un trafiletto potesse sciogliere i nodi che ci portiamo dentro.
Lo sguardo parla più del testo: è il linguaggio di chi non si accontenta, di chi sente il rumore del mondo e prova a metterlo in ordine, almeno nella propria testa. Ma l’ordine non arriva. Arriva invece una pressione muta, quella che accompagna ogni tentativo di capire dove stia andando tutto, noi compresi.
C’è una solitudine particolare nel gesto della lettura: non è isolamento, è resa momentanea al bisogno di capirci qualcosa, di intravedere un senso. E spesso quel senso non compare. Rimangono solo il fruscio della carta e il peso invisibile delle domande inevase.
Forse è proprio questo il passaggio più umano: la costanza con cui cerchiamo chiarezza in un mondo che non ha alcun interesse a darcela.
La realtà non consola, ma almeno non mente.





