Un tempo buttato che prova a sembrare utile.
Qui anche l’attesa deve essere giustificata.

Ci hanno convinti che fermarsi è una perdita di tempo.
Che ogni pausa va riempita, coperta, mascherata da qualcosa.
Il corpo si appoggia, cede un attimo. La testa no.
La testa deve fare, rispondere, produrre.
Non c’è spazio per il semplice stare.
Solo un fare mentre si aspetta altro. Sempre altro.
Questi luoghi non sono posti, sono parentesi.
Nessuno li vive davvero, li attraversa e basta.
Il tempo pesa, allora lo si spezza in pezzi piccoli, gestibili.
Così non fa male. Così sembra sotto controllo.
Anche la solitudine qui è utile, silenziosa, quasi richiesta.
Si lavora ovunque perché non si appartiene più a niente.
La concentrazione non è scelta, è difesa.
Intorno passa gente che potrebbe essere chiunque.
Volti senza peso, presenze provvisorie.
Tutti diretti da qualche parte, spesso identica a ieri.
La mobilità prometteva libertà, ha portato continuità.
Fermarsi davvero fa paura.
Perché quando ti fermi, pensi.
E pensare non serve a niente.
Il privilegio oggi non è andare lontano, ma restare fermi senza sentirsi in colpa.




