Sono andato a vedere la mostra di Steve McCurry a Palazzo Pigorini con aspettative alte. Non poteva essere altrimenti: parliamo di uno dei fotografi più riconoscibili e iconici del nostro tempo, autore di immagini che hanno segnato l’immaginario collettivo globale, prima fra tutte la celebre ragazza afghana dagli occhi verdi.

La visita, però, mi ha lasciato addosso una sensazione di fastidio persistente, più forte del piacere iniziale. Non per il valore delle immagini in sé, ma per tutto ciò che le ha circondate, tradite e in parte svuotate.


Cosa funziona: la forza delle immagini

È giusto dirlo subito: la mostra, nei contenuti, funziona.
Le fotografie di McCurry hanno una forza narrativa evidente, raccontano volti, luoghi, tensioni umane. Alcuni scatti mantengono un impatto visivo potente, ancora capace di attrarre anche chi non ha una formazione fotografica.

Proprio per questo, però, la scelta curatoriale risulta deludente.


Una selezione prevedibile e già consumata

Avrei preferito una mostra più coraggiosa.
Invece mi sono trovato davanti a una sequenza di immagini fin troppo note, fotografie che esistono già ovunque: libri, cataloghi, poster, schermi, social. Una mostra dovrebbe offrire un’esperienza diversa, un accesso meno scontato all’opera di un autore. Qui, al contrario, si è scelto di puntare quasi esclusivamente sull’iconografia più famosa.

Degli scatti meno conosciuti, degli inediti, o semplicemente una selezione più intima avrebbero restituito dignità all’esperienza espositiva. Così com’è, la mostra rischia di sembrare una ripetizione fisica di ciò che è già stato consumato fino allo sfinimento.


Il problema centrale: queste non sono stampe fotografiche

Il nodo più grave, però, è tecnico.

Quelle esposte non sono fotografie nel vero senso della parola.
Per fotografia intendo stampe realizzate con cura, su carta fotografica, capaci di restituire profondità tonale, micro-dettaglio, materia. Qui invece mi sono trovato davanti a stampe approssimative, realizzate su supporti plastici scuri, inadatti alla fotografia.

Il risultato è evidente:

  • perdita di dettaglio fine
  • appiattimento dei colori
  • neri chiusi e privi di profondità
  • una resa complessiva che mortifica la qualità originaria delle immagini

La bellezza di molte fotografie viene letteralmente soffocata dal supporto e dall’illuminazione. È un tradimento non solo della fotografia, ma anche dell’autore stesso.


Spazi bellissimi, gestione disastrosa

Palazzo Pigorini è un edificio magnifico, con ambienti storici di grande fascino. Proprio per questo andrebbe trattato con rispetto e intelligenza.
I corridoi sono stretti, ed è una caratteristica architettonica, non un difetto. Il problema è averli trasformati in spazi sovraffollati, facendo entrare troppe persone contemporaneamente.

Il risultato è un flusso continuo e caotico:

  • impossibilità di fermarsi
  • visione frettolosa
  • nessuna relazione reale con le immagini

Se avessi saputo in anticipo che l’esperienza sarebbe stata questa, non ci sarei mai andato.


Il pubblico e la sconfitta dello sguardo

Il punto più desolante riguarda il comportamento di molti visitatori.
Persone impegnate con zelo a fotografare le fotografie. Un gesto assurdo, inutile, culturalmente vuoto.

In condizioni di luce pessime e in ambienti affollati, fotografare una fotografia significa ottenere immagini brutte, inutilizzabili, prive di senso. Alla fine della visita era possibile acquistare libri e cataloghi con riproduzioni di qualità infinitamente superiore. Eppure no: telefoni alzati e flash che ti restringevano le pupille ovunque, come un gregge di ignoranti dissociati dalla realtà, a riprodurre il nulla.

Questa non è fruizione culturale, è consumo compulsivo dell’immagine.


Come dovrebbe essere una mostra fotografica

Una mostra fotografica dovrebbe essere l’esatto opposto di tutto questo:

  • numero contingentato di visitatori
  • stampe su vera carta fotografica
  • illuminazione pensata in funzione dei materiali
  • rispetto per i tempi della visione
  • educazione implicita allo sguardo

La fotografia ha bisogno di silenzio visivo, non di rumore.


In conclusione:

Questa mostra mi ha lasciato una consapevolezza amara: anche una grande fotografia può essere annullata da una cattiva stampa, da una gestione miope e da un pubblico che non sa più guardare.

Palazzo Pigorini meriterebbe esposizioni curate con maggiore attenzione, rispetto per gli spazi e per le immagini. Qui, purtroppo, tutto questo è mancato. E quando manca il rispetto per la fotografia, non resta che una sequenza di immagini svuotate del loro senso più profondo.



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