Ci sono luoghi che non vengono più nominati. Non perché siano lontani, ma perché non servono più. Le fabbriche abbandonate sono così: esistono, occupano spazio, continuano a stare in piedi, ma sono fuori dal discorso pubblico. Nessuno le difende, nessuno le racconta davvero. Restano lì come un errore che abbiamo deciso di non correggere.
Entrarci dentro non è un’esperienza suggestiva. È un confronto diretto con qualcosa che si è fermato e che nessuno ha voluto accompagnare fino in fondo.
L’abbandono arriva prima della chiusura
Una fabbrica non muore il giorno in cui chiude. Muore prima. Quando i reparti iniziano a svuotarsi, quando la manutenzione diventa minima, quando si rimanda tutto a una decisione futura che non arriva mai. L’abbandono comincia molto prima dell’ultimo turno di lavoro.
Quando le porte vengono chiuse definitivamente, il luogo è già stato lasciato andare. Quello che resta non è memoria, ma materiale fermo: macchine inutilizzabili, muri che si scrostano, impianti che pendono dal soffitto. Non è il tempo a fare danni, è l’assenza.
Non c’è niente di malinconico in questo. È solo il risultato di una scelta.
Spazi grandi, vuoti, senza controllo
Le fabbriche sono strutture rigide. Non nascono per essere trasformate facilmente. Quando smettono di produrre diventano un problema più che una risorsa. Riconvertirle costa, demolirle ancora di più. Così restano in mezzo. Né vive né eliminate. In questo vuoto si inserisce tutto ciò che non ha più un posto altrove. E quando un luogo non ha più una funzione chiara, smette anche di essere controllato.
Writer improvvisati, segni, occupazioni temporanee
Molti edifici industriali abbandonati vengono frequentati da writer. È una conseguenza naturale. Grandi superfici, isolamento, assenza di sorveglianza. I segni che lasciano non riportano vita dove non c’è più. Aggiungono solo un ulteriore livello di stratificazione. Non raccontano la fabbrica quando funzionava, ma la fabbrica dopo. Quando non appartiene più a nessuno. Quando è diventata un contenitore aperto, disponibile, neutro. Anche questo è un effetto dell’abbandono, non una forma di riappropriazione romantica.
Rifugi di fortuna e pericolo reale
In molti casi questi spazi diventano rifugi per persone senza fissa dimora. Non perché siano adatti, ma perché sono gli unici luoghi dove non vengono allontanate. Riparano dalla pioggia, dal freddo, dallo sguardo degli altri. Ma sono luoghi pericolosi. Strutture instabili, materiali tossici, incendi improvvisati, assenza totale di sicurezza. Il rischio è costante, sia per chi ci vive sia per chi entra senza sapere cosa aspettarsi. Questo aspetto viene spesso ignorato quando si parla di luoghi abbandonati. Eppure è uno degli effetti più concreti dell’abbandono.
L’abbandono non è mai neutro
Dietro una fabbrica dismessa ci sono lavoratori che hanno perso il lavoro, quartieri che si sono svuotati, territori che non hanno ricevuto alternative. L’edificio è solo la parte visibile di una decisione economica e politica. Le pareti scrostate, l’umidità, il degrado non sono “segni del tempo”. Sono segni di assenza di responsabilità. Nessuno interviene perché nessuno vuole farsene carico. Il degrado non accade da solo.
Raccontare questi luoghi significa evitare qualsiasi tentazione estetica. Niente “fascino del decadimento”, niente nostalgia costruita. Solo ciò che c’è. Un soffitto crollato non è una metafora. È un problema strutturale. La muffa non è atmosfera. È incuria. Ogni dettaglio ha una causa precisa e concreta. La fotografia, se serve a qualcosa, serve a registrare questo stato. Non a renderlo accettabile.
Lasciare andare è una scelta
Il tempo non abbandona nulla. Siamo noi a farlo. Quando qualcosa non conviene più, quando non produce, quando non rientra in un piano. Le fabbriche abbandonate sono il risultato visibile di queste decisioni.
Non sono il passato che ritorna. Sono il presente che mostra ciò che succede quando si interrompe un processo senza gestirne le conseguenze. I luoghi abbandonati non chiedono di essere salvati né idealizzati. Chiedono di essere guardati per quello che sono. Spazi lasciati indietro perché non rientravano più in una logica di utilità.
Raccontarli in modo realistico non è un atto estetico, ma un atto di onestà. Serve a ricordare che ciò che abbandoniamo non scompare. Resta. Occupa spazio. Produce effetti anche quando facciamo finta di non vederlo.
Geolocalizzazione
La posizione indicata tramite Google Maps serve esclusivamente a contestualizzare il luogo dal punto di vista geografico e territoriale. Non rappresenta un invito alla visita né una forma di promozione dell’accesso. Si tratta di un riferimento utile a comprendere la collocazione spaziale dell’edificio all’interno del tessuto urbano o industriale in cui si inserisce, e a leggere il progetto fotografico in relazione al contesto che lo ha prodotto. Il luogo è documentato così come si presenta al momento dello scatto, nel rispetto della sua condizione di abbandono e delle implicazioni legali e di sicurezza che ne derivano.


















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