C’è una scena che conosco fin troppo bene: lavori ore (giorni) a una grafica pulita, leggibile, vendibile. La carichi su una piattaforma seria, imposti titolo e keyword, aspetti che il mercato faccia il suo corso. E poi, un giorno qualsiasi, ti ritrovi la stessa identica idea visiva — quasi identica anche nei dettagli — stampata su un cartello “2D flat” e venduta su AliExpress a pochi dollari.
Non è “ispirazione”. Non è “coincidenza”. È esattamente il punto cieco (o l’ipocrisia) di un certo mercato: quello in cui qualcuno compra un file con una licenza precisa, lo “tocca” appena, e prova a rivenderlo come fosse roba propria. E nel frattempo tu, autore, diventi un fastidio: uno che “si lamenta”, uno che “vuole soldi per un’immagine”, uno che “tanto online è tutto gratis”.
E no. Non è gratis. E soprattutto non funziona così.
Il fatto, in concreto: cosa è successo (e perché puzza di furto)
Io ho creato una grafica vettoriale (un pittogramma di avviso: figura umana in fuga e cane in attacco, dentro un cerchio rosso). L’ho messa in vendita su Adobe Stock.
Poi me la ritrovo su AliExpress come prodotto fisico (cartello), con una resa sostanzialmente equivalente: stessa composizione, stesso linguaggio grafico, stessa idea leggibile in un colpo d’occhio. Cambi marginali? Possibile. Ma l’impianto è quello.
La dinamica tipica è questa:
- qualcuno compra la grafica con licenza Standard (o comunque non adatta alla rivendita come merchandise);
- la modifica appena (quanto basta per “sentirsi coperto”);
- la usa per vendere un prodotto dove il valore principale è proprio la grafica (il cartello);
- incassa, scala, replica con altri contenuti, e se lo segnali… spesso ricarica sotto un altro listing.
Licenze: “posso usarla” non significa “posso rivenderla”
Qui bisogna essere chirurgici, perché è esattamente sull’ambiguità che campa questo sistema.
1) Licenza Standard (Adobe Stock): uso sì, rivendita come prodotto no (o comunque con limiti forti)
La Standard License di Adobe Stock concede un diritto d’uso ampio (riproduzione, modifica, utilizzo in progetti), ma non trasferisce la proprietà e impone restrizioni importanti, inclusi limiti di tiratura/usi e soprattutto i casi in cui l’opera diventa il “cuore” del prodotto.
In pratica: usarla dentro una comunicazione (un volantino, una pagina web, un post) è un conto; stampare quel file su un prodotto da vendere è un altro campionato.
2) Licenza Extended/Enhanced: quando entra la rivendita (merchandise)
Adobe spiega esplicitamente che esistono licenze estese per abilitare usi più “spinti”, inclusi prodotti destinati alla vendita (t-shirt, mug, ecc.).
E questo è il nodo: se tu stai vendendo un cartello, una targa, un poster, un adesivo… non stai facendo “grafica applicata”. Stai vendendo la grafica.
3) “Ho modificato il file, quindi è mio”: no, questa è una favola
La modifica non è una bacchetta magica che cancella la provenienza. Le condizioni di licenza e le restrizioni non evaporano perché hai spostato due linee o hai cambiato uno spessore.
Royalties e prezzi: perché a te arrivano centesimi (e a loro resta il margine)
C’è anche un aspetto economico che fa imbestialire: lo squilibrio strutturale.
Quanto prende un contributor su Adobe Stock
Per foto, vettoriali e illustrazioni, Adobe indica una royalty del 33% (video 35%) sulle licenze standard.
Ma quel 33% si applica al ricavo Adobe su quella specifica vendita, che cambia molto a seconda di come il cliente compra:
- abbonamenti (costo per download più basso, volumi alti),
- credit pack (più flessibile, spesso valore per asset più alto),
- on-demand e altre varianti.
Morale: tu puoi aver venduto correttamente una licenza, e aver preso una cifra coerente con quel modello. Ma se qualcuno usa quella licenza per fare merchandise, sta trasformando un diritto d’uso in una catena di produzione.
È un passaggio illegittimo (o borderline, nel migliore dei casi), e soprattutto è una distorsione: l’autore viene pagato come “fornitore di asset”, mentre l’altro monetizza come “produttore”.
Il “mercato parallelo” dei contenuti: come funziona davvero (e perché è così difficile da fermare)
Questo tipo di appropriazione prospera per quattro motivi:
- Scala e anonimato: piattaforme enormi, venditori che cambiano negozio/listing rapidamente.
- Zona grigia culturale: “se è online posso usarlo”. Mentalità tossica e diffusissima.
- Feticcio della modifica: l’idea che “se lo ritocco allora non è più tuo”.
- Asimmetria di energie: tu sei una persona, loro sono un flusso. Tu fai una grafica, loro clonano cento grafiche.
E la parte più stancante è che, oltre al danno economico, c’è quello identitario: ti senti derubato due volte. Prima del lavoro. Poi della dignità del lavoro.
Cosa puoi fare (operativamente) quando trovi la tua grafica in vendita su AliExpress
Non è consulenza legale, ma è una checklist pratica per muoversi in modo ordinato.
1) Raccogli prove “pulite”
- screenshot della tua pagina Adobe Stock (con ID asset, data, preview);
- screenshot del listing AliExpress (URL, prezzo, immagini, store name);
- confronto affiancato (anche un PDF) con evidenza delle somiglianze;
- conserva tutto con date (anche tramite archiviazione web, se possibile).
2) Segnalazione su AliExpress tramite IPP (Alibaba Intellectual Property Protection)
AliExpress gestisce molte segnalazioni tramite la piattaforma IPP di Alibaba, dove i titolari dei diritti possono presentare reclami/takedown.
3) In parallelo: segnala anche a Adobe Stock (supporto contributor)
Se l’uso viola le condizioni, ha senso attivare anche il canale della piattaforma dove l’asset è stato licenziato, allegando il pacchetto prove e chiarendo perché si tratta di uso non conforme alle licenze.
4) Aspettati il “whack-a-mole”
Anche quando rimuovono, spesso ricompare. Qui serve metodo: documentazione, template di segnalazione, monitoraggio periodico.
Il punto culturale: “su Internet è tutto gratis” è una forma di analfabetismo (comodo)
Questa è la parte che mi manda in bestia, perché non è ignoranza innocente: è convenienza mascherata.
- Se paghi un file con una licenza, non stai comprando “un’idea libera”.
- Stai comprando un diritto d’uso limitato.
- E quei limiti esistono perché dietro c’è lavoro reale: competenze, tempo, occhio, sintesi visiva.
Quando qualcuno rivende come proprio un contenuto acquistato con licenza inadeguata, non sta “aggirando il sistema”. Sta dicendo: il tuo lavoro vale meno del mio margine.
E se questa logica passa, il risultato è semplice: chi crea smette di creare, o crea peggio, o crea solo per difendersi. E il web si riempie di spazzatura clonata.
Conclusione: non è una crociata morale. È difesa del lavoro.
Non sto chiedendo pietà. Sto chiedendo una cosa banale: rispetto delle regole minime e delle licenze.
Se vuoi usare una grafica per vendere un prodotto, paghi la licenza giusta.
Se vuoi un visual esclusivo, commissioni un lavoro.
Se vuoi fare il furbo, sappi almeno che non è “furbizia”: è appropriazione.
Io continuerò a fare il mio lavoro, ma non ho alcuna intenzione di normalizzare questa deriva. E se anche tu crei contenuti (foto, grafiche, illustrazioni, design), sappi che non sei paranoico: è un problema strutturale. E va chiamato col suo nome.









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