Queste fotografie sono del 1995, e sono delle diapositive digitalizzate.
Lo scrivo subito, perché il tempo in fotografia non è un dettaglio: è la condizione stessa dell’immagine.

All’epoca non c’erano progetti, né intenzioni narrative o per meglio definire non ne avevo . Non c’era l’idea di “serie”, né quella di costruire un racconto. C’era una stanza, un letto, se non ricordo male un po’ di malumore oppure una mezza litigata, momenti oppure ore differenti, ma comunque lo stesso pomeriggio, la prima che ho scattato è quella che guarda verso l’obbiettivo comunque sinceramente non saprei dirlo con esattezza, a quell’epoca caricavo i rullini e negativi li sviluppavo io, quindi non ci sono riferimenti, la luce che entrava laterale e una persona con cui avevo avuto “qualcosa” che stava lì, ferma, non in posa ma nemmeno del tutto inconsapevole. Fotografare, in quel momento, era semplicemente un gesto possibile, anche per stemperare la situazione.

Non sono immagini nate per essere viste. Sono immagini nate perché qualcuno, in un pomeriggio qualsiasi, ha sentito il bisogno di fermare qualcosa che stava accadendo senza clamore.

Una stanza come tante

La stanza non ha nulla di memorabile. Letto disfatto, pareti neutre, luce naturale. Nessun oggetto simbolico, nessun elemento narrativo che aiuti lo spettatore.
Ed è proprio questo che le rende fotografie e non illustrazioni oppure immagini.

Nel 1995 non si pensava a “costruire atmosfera”. Si reagiva alla luce.
Si lavorava con quello che c’era, soprattutto se come me avevi poca esperienza.

Il corpo è appoggiato, non esibito. Lo sguardo non cerca l’obiettivo come oggi siamo abituati a vedere. Non chiede nulla. Non seduce. Non racconta una storia precisa. Sta.

Il volto come conseguenza, non come soggetto

In entrambe le immagini il volto non è il tema centrale, anche se occupa gran parte del fotogramma. Non c’è introspezione dichiarata, non c’è dramma. C’è piuttosto una specie di sospensione: uno stato intermedio tra attenzione, distrazione, semincazzatura e stanchezza.

Queste fotografie però non parlano di sentimenti, ma di solo di presenza.

Nel primo scatto lo sguardo è laterale, distante. Non guarda qualcosa di importante, guarda semplicemente fuori campo. Nel secondo, il volto è più diretto, ma non per questo più comunicativo. Non c’è una richiesta di empatia. C’è una constatazione: “sono qui”.

È una differenza sottile, ma fondamentale.

Fotografare prima che tutto diventasse rappresentazione

Guardate queste immagini senza pensare a cosa “esprimono”. Pensatele per quello che sono: un tempo in cui fotografare una persona non significava costruire un’identità, ma registrare una situazione.

Nel 1995 non esisteva la pressione dell’immagine. Non c’era la necessità di raccontarsi, di spiegarsi, di risultare interessanti. La fotografia non doveva funzionare, doveva solo esistere.

Ed è forse per questo che oggi queste immagini esistono ancora e resistono al tempo e ai ricordi, sicuramente non perché siano belle, perché non lo sono, non perché siano o vogliano essere “intense”, ma perché non cercano di essere nulla.

Nessuna nostalgia, solo distanza

Non c’è nostalgia in queste fotografie. La nostalgia è un sentimento dello spettatore, non dell’immagine.
C’è piuttosto distanza: dal presente, dal modo in cui oggi guardiamo e produciamo immagini.

Questi scatti appartengono a un’epoca in cui la fotografia non era ancora schiacciata sull’idea di significato.
Erano frammenti. Appunti visivi. Momenti senza ambizione.

Ed è proprio questa mancanza di ambizione che li rende oggi così difficili da replicare. Queste immagini non raccontano una storia.
Non parlano d’amore, di perdita, di attesa. Non parlano di nulla, se non del fatto che qualcuno, in un giorno del 1995, era lì, in quella stanza, e qualcun altro ha deciso di fotografarlo.

La fotografia, a volte, è solo questo:
non un messaggio, non un concetto, ma una traccia.

E va bene così, anzi è così che dovrebbe essere!

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