Non stavo cercando nulla di preciso. Come spesso accade, camminavo senza una meta, senza un’idea da sviluppare, ne un pensiero in testa. La macchina fotografica come sempre era con me, ma non come strumento di ricerca. Piuttosto come una possibilità, nel caso qualcosa mi costringesse a fermarmi e a scattare senza pensare a impostazioni, oramai la lascio sempre o in P oppure in completo automatismo.

La scena è apparsa senza preavviso: due bambini seduti dietro il finestrino di un’auto ferma. Nessuna azione evidente, nessun gesto da aspettare. Uno guarda verso l’esterno, l’altro è girato di lato, concentrato su altro. Tra me e loro c’è il vetro. Una separazione semplice ma concreta.

Ho scattato perché quella scena in pratica si spiegava da sola, e allo stesso tempo non chiede di essere interpretata. Era lì, così com’era, e io ho scattato d’impulso.

Fotografare quando qualcosa esiste

Mi fermo a fotografare quando una scena resiste allo sguardo, quando non riesco a catalogarla subito come interessante o irrilevante. Non quando è “bella”, non quando è emozionante, ma quando mi costringe a restare qualche secondo in più.

Il volto della bambina è frontale, fermo. Non c’è posa, non c’è richiesta di attenzione. Il bambino accanto guarda altrove. Questo disallineamento è ciò che tiene insieme l’immagine.

Se entrambi avessero guardato l’obiettivo, probabilmente non avrei scattato. Sarebbe stato tutto troppo chiaro, troppo risolto.

Il vetro non è un simbolo

Il finestrino non è una metafora. È semplicemente ciò che c’era. Io fuori, loro dentro. Il vetro sporco, le leggere riflessioni, le linee sullo sfondo non sono difetti da eliminare. Sono parte della scena.

Non cerco immagini pulite a tutti i costi. Cerco fotografie fedeli al momento in cui sono state viste. Togliere il vetro, correggere le imperfezioni, significherebbe costruire un’immagine che non ho vissuto.

La fotografia non serve a rendere il mondo più ordinato. Serve a registrarlo mentre accade.

Nessuna storia aggiunta dopo

Non so chi siano questi bambini. Non so dove stessero andando né cosa stessero aspettando e non mi interessa saperlo. La fotografia non ha bisogno di una storia esterna per funzionare.

Aggiungere un racconto emotivo a posteriori significherebbe forzare l’immagine, darle un senso che non aveva nel momento dello scatto. Io preferisco lasciarla così: incompleta e autonoma.

Quello che vedo è sufficiente. Due presenze, due direzioni diverse dello sguardo, un tempo breve che non tornerà.

Fotografare è fermarsi, non spiegare

Quando fotografo in questo modo non sto cercando di dimostrare nulla. Mi fermo, osservo, scatto e vado avanti. La fotografia nasce in quel gesto minimo, non in quello che viene detto dopo.

Questa immagine non vuole essere interpretata. Vuole restare fedele a quel momento preciso in cui ho deciso di non passare oltre.

Il resto non è necessario.

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