Guardate lo sfondo di questa foto.
Uomini e donne in nero. Tenute tecniche abbinate. Auricolari. Espressioni da riunione di lavoro del lunedì mattina. Camminano, alcuni corrono, tutti hanno la stessa faccia quella di chi sta svolgendo un compito. La maratona come obbligo verso se stessi. Il fitness come secondo lavoro non retribuito. La domenica mattina sacrificata sull’altare del benessere certificato dall’app sul polso.
Poi c’è lui.
Pettorale 6998. Calzettoni fluo di colori diversi uno per gamba, scelta o distrazione, non cambia niente. Pantaloncini arancioni. Papillon verde. Berretto rosso. Una bandiera italiana tenuta in mano, segno di chi non si è ancora rassegnato al pensiero che siamo diventati la “repubblica delle banane” corre come se stesse andando in un posto importante. E la faccia, quella faccia di chi non sta pensando a niente di tutto questo.
Sta correndo. Basta.
Il problema non è lui. Siamo noi.
Da quando la corsa è diventata una dichiarazione d’identità? Da quando abbiamo smesso di muoverci per il gusto di farlo e abbiamo cominciato a farlo solo per poterlo raccontare? La fotografia di maratona negli ultimi anni ha inseguito la sofferenza, il sacrificio, il prima e dopo. Ha trasformato il movimento in contenuto, il sudore in personal branding.
Questo scatto fa una cosa sola, ma la fa benissimo: rimette tutto al posto giusto.
Non c’è niente da ottimizzare nel numero 6998. Nessuna strategia di gara, nessun piano nutrizionale, nessun obiettivo di tempo. C’è solo uno che ha deciso come presentarsi a una festa e poi è andato alla festa. Il fatto che la festa fosse una maratona a Parma è quasi un dettaglio.
Quello che la foto non dice ma si vede lo stesso
Il punto non è ammirarla come storia di resistenza quella retorica è stanca, consumata, prevedibile. Il punto è guardarsi allo specchio attraverso gli altri corridori sullo sfondo e chiedersi: quando è successo? Quando ci siamo messi a correre con quella faccia lì?
Inoltra questa foto a qualcuno che si allena troppo sul serio.






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