La Mia Filosofia
Viviamo in un tempo in cui l’immagine ha smesso di essere testimonianza per diventare costruzione. La fotografia, un tempo gesto di verità, si è lentamente trasformata in artefatto estetico, specchio del desiderio più che della realtà. Eppure, per chi come me si ostina a chiamarsi fotografo, l’immagine autentica non è quella perfetta, ma quella vera. Una fotografia è, prima di tutto, un atto etico. È il coraggio di dire: io c’ero, questo è accaduto, questo merita di restare.
Nel battito impercettibile che separa il passato dal futuro, la fotografia ha il potere di fermare ciò che sfugge, di dare corpo al presente che non sappiamo vivere. È un gesto di resistenza contro il tempo, contro l’oblio. Fotografare non è creare qualcosa: è salvare. Non è costruire mondi, ma riconoscere quello che esiste. Non è dominare la luce, ma lasciarsi attraversare dallo sguardo.
E invece oggi si fotografa troppo, si modifica troppo, si costruisce tutto. Si chiama fotografia ciò che è solo immagine. Si venerano autori che non osservano, ma progettano. Che non cercano, ma allestiscono. Che non vedono, ma dirigono. Loro non fotografano: usano la fotografia come un mezzo per esprimere un’idea, per illustrare un concetto, per scolpire un’estetica. Nulla di male, certo. Ma non è fotografia. È immagine. È linguaggio visivo. È narrazione artificiale.
La fotografia autentica, invece, nasce dal reale. Non si improvvisa, ma nemmeno si pianifica. Si incontra. È uno sguardo che si posa, un gesto che accade, una luce che attraversa. È il riflesso di qualcosa che esiste, non l’invenzione di ciò che manca. Quando una fotografia è vera, non ha bisogno di essere corretta. Non va levigata, non va ritoccata, non va abbellita. Perché la verità, nella sua imperfezione, è già sufficiente.
Viviamo nell’era dell’immagine sintetica, della perfezione digitale, della finzione emotiva. Ma la fotografia non è una bugia ben raccontata: è una verità fragile che resiste. E più il mondo si riempie di immagini senza autore, senza tempo, senza vissuto, più il fotografo ha il dovere di tornare alla sua origine: essere testimone. Non artista, non regista, non designer. Testimone.
La macchina fotografica è uno strumento filosofico. Chi la impugna con consapevolezza non cerca l’estetica, ma l’essenziale. Non cerca di mostrare, ma di rivelare. Non costruisce, ma riconosce. Ed è in questo riconoscere che vive l’etica del nostro sguardo. Perché ogni fotografia è una scelta: tra ciò che merita di essere ricordato e ciò che può andare perduto.
Io scelgo l’autenticità. Scelgo l’imperfezione. Scelgo l’attimo che trema, che sfugge, che non si lascia addomesticare. Scelgo il presente, nella sua fugacità, nella sua verità. E invito chi fotografa a fare lo stesso: non inseguire la bellezza, ma la presenza. Non costruire un mondo ideale, ma ascoltare quello che ti passa davanti agli occhi. Perché la fotografia, se vuole avere ancora un senso, non può che partire da qui: da ciò che esiste. Da ciò che accade. Da ciò che siamo.




