Ogni anno, puntuale come il cambio di stagione, arriva il 25 aprile. E ogni anno si ripete lo stesso copione: striscioni, cortei, Bella ciao, grigliate, insulti sui social. Due squadre che si fronteggiano come al derby, convinte di star combattendo qualcosa, mentre il paese continua ad affondare indisturbato.

Stanotte a Roma sono comparsi striscioni con scritto “partigiani infami” in Piazza Epiro. Ieri alla Camera le opposizioni hanno intonato Bella ciao prima del voto sul decreto sicurezza, approvato con 162 sì e 102 no. La Russa invoca pacificazione, la sinistra lo attacca. Mattarella depone la corona all’Altare della Patria. Il rituale è compiuto. Tutti possono tornare a casa soddisfatti.

Ma soddisfatti di cosa, esattamente?

Perché nel frattempo, mentre voi vi schieravate, 150.000 giovani italiani hanno fatto le valigie anche quest’anno. Negli ultimi anni oltre 300.000 ragazzi tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, non per capriccio, ma perché qui non c’è futuro. E sapete come vengono chiamati? Traditori. Non c’è stato un corteo per loro. Non c’è stata una canzone.

In tutt’Italia, cinque milioni di persone rinunciano ogni anno a visite mediche ed esami perché le liste d’attesa sono un disastro e la sanità pubblica sta collassando pezzo per pezzo. I salari reali italiani sono gli unici in tutta Europa ad essere più bassi rispetto a trent’anni fa: -2,9% dal 1990. Unici in Europa. Trent’anni di regresso mentre il continente andava avanti.

Ma di questo non si parla il 25 aprile. Si parla di striscioni e di chi ha cantato Bella ciao con più trasporto.

Il punto non è mancare di rispetto a chi ha combattuto. Chi ha rischiato la vita per liberare questo paese merita rispetto, punto — e non solo i partigiani di sinistra, come qualcuno vuole far credere. C’erano cattolici, monarchici, liberali, anarchici, comunisti: uomini e donne di ogni fede politica uniti da una cosa sola, cacciare l’occupante e restituire dignità a un paese umiliato. Tutti meritano memoria, non solo quelli che fanno comodo alla narrativa del momento.

Ma c’è qualcosa di profondamente ipocrita nel commuoversi una volta all’anno e poi accettare in silenzio che tutto quello per cui hanno combattuto venga svenduto pezzo per pezzo. Perché di svendita si tratta. Abbiamo ceduto sovranità economica a Bruxelles in cambio di vincoli di bilancio che ci impediscono di investire in sanità, istruzione e infrastrutture. Abbiamo firmato trattati che hanno aperto i nostri mercati senza proteggere i nostri lavoratori. Abbiamo accettato una moneta unica senza un’Europa politica vera, e ne paghiamo il prezzo da trent’anni con salari fermi e diritti in erosione continua.

La libertà che quei partigiani hanno conquistato con il sangue non era solo la libertà dalla dittatura. Era la libertà di curarsi senza aspettare due anni per una visita specialistica. Era la libertà di trovare un lavoro che ti permettesse di costruire qualcosa, non solo di sopravvivere. Era la libertà di restare nel paese in cui sei nato senza dover scegliere ogni giorno tra la tua dignità e le tue radici. Quella libertà oggi non ce l’abbiamo, e nessuno nei cortei ne parla.

La destra non affronta questi temi perché governa lei. La sinistra non li affronta perché quando governava faceva le stesse identiche cose, spesso anche peggio. Nessun governo degli ultimi vent’anni ha risolto un singolo problema strutturale di questo paese. E allora si offre la valvola di sfogo: datevi al 25 aprile, schierate­vi, insultatevi, e intanto il paese continua ad affondare mentre tutti guardano da un’altra parte.

Il modo più onesto per onorare i “partigiani” non è cantare Bella ciao una volta all’anno. È pretendere che questo paese funzioni tutti gli altri 364 giorni. È incazzarsi non solo per uno striscione in piazza, ma per ogni figlio che deve andare in Germania, in Olanda, in Lussemburgo per avere uno stipendio decente. È esigere risposte, non riti.

Finché il 25 aprile rimarrà solo una “festa” di schieramento, sarà solo un’altra occasione sprecata.


IN CONCLUSIONE:

Il 25 aprile si riduce ogni anno a uno scontro tra fazioni, mentre i veri problemi dell’Italia restano ignorati. Oltre 300.000 giovani emigrati, salari reali in calo del 2,9% dal 1990, sanità pubblica al collasso: nessuno ne parla nei cortei. Onorare i partigiani significa pretendere che il paese funzioni ogni giorno, non solo cantare Bella ciao una volta all’anno e tornare alle grigliate.

L’unica nota positiva di questo 25 aprile 2026 è che qualcuno ha finalmente tenuto i guerrafondai sionisti lontani dai cortei — quelli che festeggiano la pace con una mano e con l’altra si fanno beffa del diritto internazionale.


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