Era una notte di quelle in cui l’aria odora di terra bagnata e foglie marcite, quella notte a Madregolo. Una notte di Emilia profonda, dove il Po è vicino e il silenzio ha uno spessore quasi fisico. Non mi aspettavo nulla di speciale. Non me lo aspetto mai, del resto — è questa la regola non scritta della fotografia naturalistica. E poi, puntualmente, la natura ti sorprende.
Due sagome si stagliavano immobili sui rami di una quercia antica, i rami contorti come braccia alzate verso un cielo senza stelle. Li ho guardati a lungo prima ancora di alzare la macchina fotografica. Certi momenti meritano di essere vissuti prima di essere catturati.
Una premessa doverosa
Prima di andare avanti, devo essere onesto con chi mi legge: io sono un fotografo, non un ornitologo. La mia passione è stare fuori anche di notte con la macchina fotografica, aspettare, ascoltare, e — quando la fortuna si allinea con la pazienza — premere il pulsante al momento che penso sia quello giusto. L’identificazione delle specie è un altro mestiere, che rispetto ma nel quale non mi avventuro con troppa sicurezza.
Detto questo, confrontando la fotografia con diverse fonti e chiedendo a chi ne sa più di me, la specie più probabile è l’allocco (Strix aluco): il disco facciale brunastro, gli occhi neri e grandi, il piumaggio striato sui toni del marrone e dell’ocra corrispondono bene ai suoi caratteri distintivi. Se qualche esperto di uccelli tra i lettori dovesse notare qualcosa di diverso, lo dica pure nei commenti — sarò il primo a correggere e ad imparare.
La voce delle notti italiane
L’allocco è probabilmente il rapace notturno più diffuso e più conosciuto d’Italia, anche da chi non lo ha mai visto. Il suo canto — quel “uuuh… u-u-uuuh” che sale e scende nell’oscurità — è la colonna sonora di ogni notte di campagna, di ogni bosco, di ogni parco urbano con qualche albero abbastanza vecchio. È lui, quasi sempre. Eppure vederlo, fotografarlo, averlo davanti a pochi metri è tutt’altra cosa rispetto al sentirlo.
Strix aluco appartiene alla famiglia degli Strigidi, il grande gruppo dei rapaci notturni che comprende gufi, civette e assioli. È una specie stanziale e fortemente territoriale: un individuo adulto occupa lo stesso territorio per tutta la vita, difendendolo con vocalizzazioni intense soprattutto in autunno e in inverno, quando i giovani dispersi cercano di stabilirsi in nuove aree. Il territorio di una coppia può variare da pochi ettari in ambienti ricchi di risorse a oltre venti ettari in zone più povere.
Un ecosistema chiamato pianura padana
Madregolo è una frazione minuscola nel comune di Collecchio, a pochi chilometri da Parma. Campagna vera, ancora, con filari di pioppi, fossi d’irrigazione, cascine abbandonate e vecchi fienili che resistono al tempo. È esattamente il tipo di paesaggio in cui l’allocco prospera: non ha bisogno di foreste incontaminate né di wilderness remota. Gli basta un territorio con alberi abbastanza maturi da offrire cavità per nidificare, e una disponibilità sufficiente di prede.
La pianura padana, nonostante l’antropizzazione intensa, rimane uno degli ambienti più ricchi d’Europa per la fauna selvatica. I corsi d’acqua secondari, le aree umide residue, i filari alberati e i parchi storici delle ville di campagna offrono rifugio e risorse a una biodiversità sorprendente. L’allocco è tra le specie che meglio hanno saputo adattarsi a convivere con la presenza umana: lo si trova nei centri storici delle città, nei cimiteri alberati, nei giardini con alberi centenari. A Madregolo, tra le querce e i pioppi che costeggiano i canali, è di casa.
Cacciatori perfetti
Quello che rende l’allocco un predatore così efficace è la combinazione di sensi affinati da milioni di anni di evoluzione. Gli occhi, grandi e frontali, garantiscono un’eccellente visione in condizioni di scarsa luminosità — non nell’oscurità totale, come si crede erroneamente, ma con livelli di luce minimi, quelli che per noi sarebbero già buio completo. Il disco facciale, quella caratteristica struttura di piume disposte a cerchio attorno al viso, funziona come una parabola acustica che concentra i suoni verso le aperture auricolari, amplificando la capacità di localizzare le prede attraverso il rumore.
Il menù dell’allocco è straordinariamente vario: topi, arvicole e toporagni sono le prede principali, ma la specie è nota per opportunismo e adattabilità. Studi sul contenuto delle borre — le pallottole di pelo e ossa che i rapaci rigurgitano dopo ogni pasto — hanno rivelato che l’allocco caccia anche lombrichi, scarabei, rane, piccoli uccelli e persino pesci nelle vicinanze di corsi d’acqua. È un generalista, nel senso più efficiente del termine.
Il volo è silenzioso grazie alla struttura vellutata delle piume, che assorbe le turbolenze d’aria. Nelle notti di caccia attiva, l’allocco alterna fasi di appostamento su rami bassi — da cui scruta e ascolta il sottobosco — a brevi voli radenti che si concludono con un attacco preciso. La preda quasi sempre non sente nulla.
Due individui, una storia
I due soggetti nella fotografia mostrano un comportamento interessante. Uno dei due è rivolto direttamente verso l’obiettivo, con il disco facciale orientato nella mia direzione — probabilmente ha rilevato il suono dell’otturatore o un mio leggero movimento. L’altro è girato di tre quarti, con il collo leggermente ruotato verso il basso, in una postura che suggerisce attenzione verso qualcosa nel sottobosco.
La loro vicinanza sui rami della stessa quercia, senza tensioni apparenti, fa pensare a una coppia consolidata. L’allocco forma legami duraturi: la coppia condivide il territorio per anni, nidifica nelle stesse cavità stagione dopo stagione. Il corteggiamento inizia in inverno, con il maschio che vocalizza insistentemente di notte per ribadire il possesso del territorio e attrarre la femmina; questa risponde con un richiamo più acuto e breve. I nidi vengono allestiti in cavità naturali degli alberi, in vecchie costruzioni rurali, o in cassette artificiali dove le cavità naturali scarseggiano.
La femmina depone in genere 2-4 uova, covate per circa un mese. I giovani lasciano il nido prima ancora di saper volare completamente — una fase chiamata “rami-colo” in cui si arrampicano sui rami circostanti e vengono ancora alimentati dai genitori. Questa fase dura settimane e li rende particolarmente vulnerabili: è il momento in cui molti giovani allocchi vengono trovati a terra e portati, spesso erroneamente, ai centri di recupero come “uccelli feriti o abbandonati”.
Stare nel buio
C’è qualcosa che la fotografia naturalistica insegna, più di qualsiasi manuale o corso: il valore dell’attesa. Non intesa come passività, ma come stato attivo di presenza. Stare fermi in un posto, nel silenzio, senza aspettarsi nulla di specifico, apre una percezione che nella vita quotidiana non si coltiva mai.
Quella notte a Madregolo ho aspettato. Ho sentito il canto lontano di una rana, il fruscio del vento tra i pioppi, il latrato di un cane in lontananza. E poi, a un certo punto, come emergendo dal nulla, due presenze scure sui rami di una quercia. Immobili. Perfette.
Non so identificare ogni specie con certezza. Non so sempre distinguere un verso da un altro. Ma so stare fermo nel buio abbastanza a lungo da farne parte — e questo, a volte, basta.
Informazioni sulla specie
Nome comune: Allocco | Nome scientifico: Strix aluco (Linnaeus, 1758) | Famiglia: Strigidae | Distribuzione: Europa, Asia centrale e occidentale, Nord Africa | Stato di conservazione: specie a bassa preoccupazione (LC), stabile in Italia | Habitat: boschi misti e decidui, parchi urbani, campagna con alberi maturi, margini di foresta.
⚠️ Nota: l’identificazione della specie in questo articolo è basata sui caratteri visibili nella fotografia e su confronti con guide ornitologiche, ma non è stata verificata da un esperto. Se sei un ornitologo e noti qualcosa di diverso, lascia un commento — sarò felice di correggere.








Rispondi