Un vicolo, una finestra aperta, e l’eterno dubbio su chi osserva chi


Maggio 2025Parma

Passavo per un vicolo di Parma — uno di quelli stretti dove i muri in ocra sembrano tenersi su a vicenda — quando ho alzato gli occhi e l’ho vista. Una vecchia alla finestra, i gomiti appoggiati al davanzale, lo sguardo rivolto verso il basso come chi ha imparato a osservare il mondo senza lasciarsi sorprendere da esso.

Non so chi sia. Non so se abiti lì da sempre o da ieri, se aspetti qualcuno o semplicemente stia lasciando passare il pomeriggio. Di lei conosco solo quello che la fotografia ha fermato: le spalle piegate in avanti con la pazienza di chi ha vissuto molto, gli occhiali sottili, un’espressione che non è tristezza e non è indifferenza — è qualcosa di più antico, che assomiglia alla memoria.

C’era qualcosa di quasi ironico in quella scena: lei che guardava me dalla finestra, e poco sotto, la telecamera che guardava solo la strada — fredda e indifferente a entrambi.

Sotto la sua finestra, montata sul muro giallo con la disinvoltura di un oggetto qualsiasi, c’era una telecamera di sorveglianza. Bianca, tonda, il suo obiettivo puntato sulla strada con precisione meccanica. Non l’ho notata subito — l’occhio andava alla donna, come è giusto che vada. Ma quando l’ho vista, ho smesso di camminare.

C’era qualcosa di quasi comico, e poi subito dopo qualcosa di malinconico. Lei che osserva dalla finestra come forse ha fatto per decenni, nei pomeriggi lunghi dell’estate padana, nelle mattine fredde di novembre. E la macchina che fa lo stesso, ma senza distrazione, senza stanchezza, senza il bisogno di appoggiarsi al davanzale per reggere il peso degli anni.

Chi sorveglia chi, in una città? La vecchia conosce il nome di ogni negoziante del vicolo, ricorda come era quella strada prima che ci mettessero i sampietrini nuovi, sa distinguere il passo del postino da quello del vicino del terzo piano. La telecamera no. Registra e dimentica in loop, o forse non dimentica mai — non fa differenza.

Ho scattato la fotografia senza avvicinarmi. Mi sembrava giusto mantenersi a distanza, rispettare quello spazio sospeso tra lei e il mondo. Poi ho continuato a camminare, pensando che ogni città ha i suoi testimoni silenziosi — quelli di carne e quelli di plastica — e che forse la differenza tra i due è proprio questa: solo uno di loro si chiede cosa stia guardando.

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