Sono entrato per vedere ritratti di donne e dopo tre sale avevo in testa una parola che in un museo non si dovrebbe pensare. Porno.

Lo dico subito, così chi deve indignarsi lo fa e poi prosegue. La mostra LEI a Parma, al Palazzo del Governatore, porta in città una settantina di opere della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma: dipinti, sculture, disegni, fotografie. Il titolo promette Van Gogh e Modigliani. Quello che ho contato io, sala dopo sala, è stato altro: corpi di donna senza vestiti. Distesi, in piedi, di schiena, girati verso chi guarda. Non ho fatto un conto preciso e non lo farò. Ma la sensazione, a un certo punto, era quella di sfogliare un catalogo.

Il buio come allestimento

Le sale sono nere. La luce cade solo sulle opere, il resto sparisce. Per un fotografo è un regalo: niente distrazioni, contrasti netti, il soggetto già isolato da qualcun altro. Ho scattato subito, senza pensarci.

Fila di piccole immagini incorniciate su una parete nera, illuminate da una striscia di luce nel buio della sala
Una striscia di luce e tutto il resto al buio.

Ci ho pensato dopo. Quel buio fa una cosa precisa: illumina il corpo e nasconde chi lo guarda. I visitatori diventano sagome, schiene, profili senza faccia. Le donne nei quadri invece sono sotto un faro, senza possibilità di girarsi. È la condizione perfetta per guardare senza essere visti. Funziona benissimo. Proprio per questo non mi è piaciuto.

Davanti a una vetrina con due sculture bianche, viste di schiena, uno specchio le raddoppiava. Due corpi nudi diventavano quattro. Anche l’allestimento, a modo suo, insisteva.

Scultura bianca di donna anziana nuda inginocchiata, vista di schiena davanti a uno specchio che ne riflette il volto
Di schiena per chi passa, di fronte solo nello specchio.

Nudo femminile nell’arte, o porno con la cornice dorata

La provocazione regge solo a metà, e va detto. Il porno nasce per eccitare e vendere. Molti di questi quadri sono nati anche per questo, ma con un alibi migliore: un titolo mitologico, una bagnante, una modella in posa, una cornice da museo. Per un paio di secoli il nudo dipinto è stato il modo rispettabile, per un uomo, di guardare a lungo una donna nuda in pubblico. Non lo dico io: John Berger ci ha costruito sopra un libro nel 1972, Questione di sguardi, e da allora l’argomento è sul tavolo di chiunque studi storia dell’arte.

La mostra lo sa benissimo. Una delle sezioni si intitola “Lei, il corpo, il volto, la presenza” e dichiara proprio questa tensione: la donna come soggetto e la donna come oggetto dello sguardo. L’esposizione è anche legata agli ottant’anni del voto alle donne. Quindi non ho scoperto niente. Ho solo usato una parola più volgare di quella del catalogo.

Tra le opere acquisite per l’occasione c’è una scultura di Giuseppe Bergomi intitolata Nudo su tavolino IKEA. Mantiene quello che promette: una donna nuda, in piedi, su un tavolino quadrato.

Scultura di donna nuda in piedi su un piccolo tavolino quadrato, illuminata su una parete viola, con una visitatrice di spalle
Giuseppe Bergomi, Nudo su tavolino IKEA. Due secoli dopo il divano di velluto.

Chi guarda chi, alla mostra LEI di Parma

Le foto che pubblico qui non sono quelle dei quadri. Sono quelle delle persone davanti ai quadri.

In una sala una visitatrice si ferma davanti a un nudo femminile. È di spalle, la testa leggermente alzata. Non so cosa pensasse e non lo invento. So cosa ho visto io: una donna vestita davanti a una donna nuda, e dietro di lei un uomo con una macchina fotografica. Tre livelli di sguardo in un’inquadratura sola, e quello più sospetto era il mio.

Visitatrice di spalle con capelli ricci e canotta chiara davanti a un dipinto di nudo femminile in una sala buia
Una donna vestita davanti a una donna nuda, e io dietro.

In un’altra sala una sagoma scura passa tra due dipinti: a sinistra una donna seduta, vestita di nero, a destra una donna nuda. Il visitatore è esattamente in mezzo. Non ho dovuto aspettare molto. In quella mostra, prima o poi, qualcuno si mette sempre in mezzo.

Visitatrice di spalle con capelli ricci e canotta chiara davanti a un dipinto di nudo femminile in una sala buia
Una donna vestita davanti a una donna nuda, e io dietro.

Su una parete, accanto a un nudo in cornice dorata, c’è una frase scritta in grande che parla di colpa e di luce. Mi è sembrata la didascalia più onesta di tutto il percorso.

Frase bianca su parete scura accanto a un nudo femminile in cornice dorata, mostra LEI Parma
Una frase sul muro, e accanto un corpo sotto il faro.

Anche le donne vestite, in questa mostra, si guardano da uno spiraglio. Una ragazza in verde, con un vaso di fiori davanti, l’ho fotografata tra due tende nere. Sembrava di spiare. Forse lo stavo facendo

Ritratto di donna in abito verde con un vaso di fiori, visto attraverso lo spiraglio tra due tende ner
Vestita, ma guardata lo stesso da uno spiraglio.

Anche io ho fotografato

Sono uscito con più di trenta scatti. Molti sono corpi nudi dipinti o scolpiti. Ho fatto esattamente quello che stavo criticando, con la scusa che io fotografo la mostra e non le donne. È la stessa scusa del pittore che dipingeva Venere e non la modella.

C’è poi un’altra cosa che mi riguarda. Credo nella fotografia che non ritocca, che lascia la pelle com’è. Tanti di quei corpi sono più levigati di un filtro: niente peli, niente pieghe, niente stanchezza. Erano l’immagine perfetta del loro tempo. Io lavoro anche come contributor per l’intelligenza artificiale generativa e ogni giorno vedo immagini con la stessa pelle impossibile. Non posso fare il moralista. Posso solo notare che il modello è vecchio di due secoli e funziona ancora.

Per questo qui pubblico solo le foto dove al centro c’è chi guarda. Le altre restano nell’archivio, e va bene così.

Sala buia con un dipinto di donna in abito bianco illuminato e la sagoma di un visitatore in ombra davanti
Il quadro sotto il faro, chi guarda nel buio.

Vale la pena andarci

Sì, e non per pentirsi. Ci sono opere importanti, l’allestimento è curato e la luce è bellissima, proprio quella che mi ha dato fastidio. Ci si va per guardare e per accorgersi di come si guarda. La mostra resta aperta fino all’8 marzo 2027.

Le donne di quelle sale sono ferme da cento anni sotto un faro. Noi passiamo, guardiamo, usciamo. Loro restano nude anche quando spengono le luci.

Due visitatori di spalle in una sala buia davanti a un grande dipinto di donna nuda sdraiata su un fondo giallo verde
Lei sdraiata, loro in piedi: la distanza è sempre la stessa.

Lascia un commento

Trending

Scopri di più da SPAZIO - LIBERO

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere