C’è un posto dove nessuno recita più, ed è in fondo a destra, dopo gli scaffali dei biscotti.

L’ho fotografato durante una sosta in un’area di servizio. Bagni autogrill sporchi: lo sappiamo tutti, lo ripetiamo tutti, e ci entriamo tutti trattenendo il fiato. Questa volta, invece di voltarmi, ho scattato. Il water è spalancato, coperchio e sedile alzati contro la parete. Sul fondo c’è un liquido ambrato, un contenitore di plastica incastrato nello scarico, forse una vaschetta, forse un flacone, della carta appallottolata e una scia di schizzi gialli sulla ceramica. Sul bordo, un capello. Le piastrelle alle spalle sono color petrolio, scelte con gusto da qualcuno che ci ha pensato. Il resto l’ha scelto qualcun altro.

Bagni autogrill sporchi: tre secondi che nessuno ha speso

Tirare lo scarico richiede un secondo. Gettare la carta nel cestino ne richiede due. E il cestino c’è, a mezzo metro, con il suo sacchetto aperto, in attesa. Chi è passato prima di me quei tre secondi non li aveva. Oppure li aveva e ha deciso che non erano per gli altri.

Non so chi fosse, e non lo saprò mai. Ma il punto è proprio questo. In autogrill nessuno è qualcuno: si arriva, si usa, si riparte. Il bagno di un’area di servizio è forse il luogo più anonimo che frequentiamo, e l’anonimato pulisce la coscienza meglio di qualsiasi detersivo. Nessuno ti vede uscire. Nessuno ti chiede niente. La porta si chiude alle tue spalle e quello che resta dentro smette di appartenerti.

Maleducazione con il profilo in ordine

Viviamo in un tempo che chiede a tutti di essere presentabili. Auto lavata, scarpe bianche, la foto del cappuccino con la luce giusta, la voce calma nelle storie. Abbiamo imparato a curare la superficie con una dedizione quasi religiosa. Lo spazio comune, invece, è diventato terra di nessuno, e quindi terra di chiunque.

Forse chi ha lasciato questo bagno, mezz’ora dopo, era al volante con la playlist giusta e il profumatore alla vaniglia appeso allo specchietto. Lo scrivo con il forse davanti, perché non lo so. So però che la maleducazione oggi raramente ha la faccia dello sguaiato. Ha la faccia di chiunque. È composta in pubblico e sbrigativa dove il pubblico non c’è. La distanza tra chi siamo e chi mostriamo di essere si misura qui, in una stanza minuscola dove non entra nessuna telecamera.

E poi c’è l’altro capo del gesto. Tra poco qualcuno entrerà con i guanti e un secchio e rimetterà tutto in ordine. Chi ha lasciato questo non lo incontrerà mai. L’inciviltà nei luoghi pubblici funziona sempre così: scarica il proprio lavoro su una persona che non vedrai in faccia.

Il tempo di chi è sempre altrove

In autogrill nessuno è davvero presente. Siamo tutti già al casello successivo, alla riunione di domani, al messaggio che vibra in tasca. Il bagno è un ostacolo tra adesso e dopo, da attraversare il più in fretta possibile. Chi vive proiettato in avanti non si gira, nemmeno per controllare cosa ha lasciato.

La fotografia fa il contrario. Questa immagine ferma un intervallo che non interessa a nessuno: il dopo di qualcuno e il prima delle pulizie. Pochi minuti, forse meno. Quando ho premuto il pulsante quel momento stava già passando, e oggi non esiste più da nessuna parte, se non qui. È il genere di traccia che inseguo in questa sezione “Fotografare il Presente, la mia filosofia”: non la bellezza, l’impronta. Qui l’impronta è quasi letterale, e non ha bisogno di filtri per sembrare vera.

Una foto così non prende like, non si mostra a cena, non fa portfolio. Ma un documento non deve piacere.

Tra un’ora questo water tornerà bianco, e sembrerà che non sia successo niente. È la cosa che ci riesce meglio.

Water di un bagno in area di servizio con coperchio alzato, residui gialli, carta e plastica nello scarico
Evidenti tracce Umane

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