Nessun manuale di cucina prevede di servire un uovo al tegamino dentro un guanto da lavoro. Questa immagine lo fa lo stesso, e da lì parte tutto.
Di solito qui sul blog parlo di quello che trovo per strada, così com’è. Stavolta no. Questa è fotografia still life, una scena costruita, in cui ogni cosa sta al suo posto perché qualcuno ce l’ha messa. Lo dichiaro subito perché per me la differenza conta: chi segue Tracce Umane sa che lì cerco segni trovati, non composti. Una traccia raccolta e una scena preparata non dicono la stessa cosa, e non voglio spacciare l’una per l’altra.
Il guanto da lavoro, anni dentro una pelle

Partiamo dal guanto, perché è lui ad avere più cose da dire. La pelle è crepata come terra lasciata al sole, scurita dove la mano stringeva di più, schiarita sulle nocche. Vicino al polso c’è un buco, e intorno il filo delle cuciture ha ceduto e penzola. Le punte delle dita sono sfilacciate.
Le dita però restano piegate. Il guanto ha preso la forma di una mano e non l’ha più persa, anche adesso che la mano non c’è. Questa è la parte che mi interessa davvero: un oggetto vuoto che continua a fare il gesto di chi lo indossava.
Non so di chi fosse. Forse di qualcuno che spaccava legna, forse di chi ha passato inverni in un cantiere o in un orto. Chissà. So solo che un guanto così non si consuma in una stagione. Ci vogliono anni, e ogni crepa è una giornata di lavoro che nessuno ha mai fotografato.
L’uovo, un presente che dura pochi minuti
L’uovo ha un’altra fretta. Il tuorlo è lucido e teso, l’albume ha i bordi appena dorati e qualche bollicina rimasta dalla padella. È la cosa più fragile della scena ed è anche l’unica con una scadenza visibile. Tra dieci minuti sarà freddo, la superficie perderà quel riflesso e diventerà un piatto da buttare.
Ecco lo scarto che cerco ogni volta che fotografo. Nella stessa inquadratura convivono due tempi che non si parlano: gli anni lenti del guanto e i minuti dell’uovo. La fotografia li mette sullo stesso piano e li fissa insieme, ma nell’istante in cui lo fa quel presente è già passato. L’uovo che vedete, intanto, non c’è più.
Noi viviamo sempre un passo avanti. Il prossimo messaggio, la prossima scadenza, la colazione mangiata in piedi guardando il telefono. Un uovo al tegamino è uno dei pochi cibi che non perdona il rinvio. O lo mangi adesso, o niente. È lo stesso motivo per cui fotografo
Natura morta fotografica, dal Seicento a un tegamino
La natura morta fotografica ha radici lontane. I pittori olandesi e fiamminghi del Seicento mettevano sul tavolo pane, frutta, bicchieri, e in mezzo un teschio, una candela consumata, un fiore che appassiva. Quei quadri si chiamavano vanitas e servivano a dire una cosa semplice: tutto finisce, anche quello che oggi fa bella figura sul tavolo.
Qui non c’è nessun teschio. C’è un guanto che ha finito il suo lavoro e un uovo che ha appena cominciato a raffreddarsi. Il fondo nero toglie tutto il resto: niente cucina, niente cantiere, nessuna mano. Restano due oggetti e la distanza tra loro.
E c’è un’ironia che non riesco a ignorare. Il guanto esiste per proteggere la mano da ciò che taglia e scotta. Qui tiene sul palmo la cosa più morbida della colazione, con la goffaggine di chi non è abituato alla delicatezza. Non ha nessuna logica pratica. Forse è proprio per questo che funziona.
Il guanto può aspettare altri anni in un cassetto. L’uovo, a quest’ora, è freddo da un pezzo.






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